Al centro, il bene comune europeo

Il Covid-19 ha improvvisamente, e quasi candidamente, accelerato sfide epocali. Se la risposta delle società europee sarà coerente con le premesse con cui le istituzioni hanno intuito la via d’uscita dalla crisi, ci sarà ancora un futuro per l’Unione.

I temi sollevati, tra cui la risposta alla crisi economica, vengono affrontati al Consiglio europeo di venerdì 19 giugno

 

Al termine di un intenso anno seguito alle elezioni del Parlamento europeo, l’Unione ha recuperato al fotofinish la sicurezza persa per l’incalzare delle posizioni sovraniste e populiste. E proprio la brutta storia del Covid-19, in questa prima angusta primavera dei roaring Twenties, sembra aver ripristinato il valore della solidarietà reciproca. L’inedito programma di ricostruzione “New Generation Europe” consentirà di contrastare tempestivamente e, si spera, efficacemente la contingenza. Non tutti sono d’accordo sulla condivisione dei costi, ma i “quattro frugali” (Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia) dovranno farsene una ragione. La ripresa del cammino verso una Europa federale appare pertanto più vicina, grazie alle scelte di tre signore al vertice di Cancelleria tedesca, Commissione e Banca centrale: l’Europa rinasce donna.

Le «costruzioni concrete» indicate dai fondatori per raggiungere una «solidarietà di fatto» rimangono la rotta di riferimento. Tra queste, dedotto qualche eccesso assistenziale, restano impagabili la politica agricola, quella energetica, la ricerca e l’istruzione. Non altrettanto si può dire della moneta comune. L’Euro ha infatti creato uno iato tra funzione monetaria centrale e sistemi economici nazionali, in competizione tra loro, favorendo il collasso dei più deboli. E un altro punto da chiarire sarà l’armonizzazione fiscale; gli stati “leggeri” si pongono come paradisi a svantaggio di quelli gravati da eccessivo debito pubblico. L’innovazione ha poi accelerato il dumping fiscale: i gestori delle reti informative, così come i distributori del commercio elettronico assolvono le tasse in un paese diverso da quello di produzione, sottraendo all’economia di quest’ultimo sia reddito d’impresa che gettito tributario. Nell’Europa della ricostruzione, alcune superpotenze (Cina, Russia e Stati Uniti di Trump) sono già attive per cogliere, senza remore, la possibilità di espandere il proprio potere politico-economico. Siamo così a un bivio: o stringere nuove forme federative, a costo di superare il consolidato modello nazionale; oppure rimanere staterelli ininfluenti, asserviti a padroni coloniali che ne accentueranno le differenze, fino a ripristinare uno scenario conflittuale già visto.

Intanto, la crisi Covid-19 ha rapidamente riportato al centro due elementi della solidarietà sociale: la salute e il lavoro. In una società ammorbata di individualismo era stato persino affermato il carattere opzionale e disponibile delle vaccinazioni. Nella stessa logica, c’è chi sta ora cercando di accaparrarsi in esclusiva la commercializzazione del vaccino anti-Covid. Il sistema turboliberista mors tua vita mea ha esaltato la creazione quantitativa di ricchezza, il Pil, senza porsi il problema del valore di lavoro umano, ambiente e risorse naturali. Il caso degli introvabili, perché irregolari, lavoratori stranieri schiavizzati a pochi euro per raccogliere pomodori denuncia l’ipocrisia degli avversari dell’integrazione, giacché questa implicherebbe con sé la garanzia di un salario dignitoso. Una società che si appresta a scoprire le potenzialità dello smart working dovrà poi anche normare, mai in modo repressivo o poliziesco, bensì a garanzia delle parti deboli, istituti come big data, fake news, troll; neologismi che dissimulano abusi e manipolazioni di privati senza scrupoli e di stati con tendenze autoritarie. Si è chiarito ora che essere sani in un mondo di malati significa mettere a repentaglio anche la propria salute; ed essere ricchi in un mondo di poveri sfruttati renderà discutibile anche il benessere personale di ciascuno, perché tout se tient.

Il caso dell’Ilva di Taranto si è svolto attorno al quesito se valga di più una vita o un posto di lavoro. Ma oggi dovrebbe essere pacifico assumere la salute quale corollario del diritto alla vita, mai esito di scelte disponibili. Occorre anzi valorizzare la responsabilità attuale del genere umano nei confronti della vita di ciascuno e del mondo stesso. I diritti al lavoro e alla salute, due capisaldi delle costituzioni moderne, sin qui concepiti come diritti del singolo, sono pronti perciò a compiere un salto di qualità divenendo parte fondamentale del «bene comune europeo», il bene di tutti e di ciascuno, e in tal modo perno dell’agenda politica comune.

Il Covid-19 ha improvvisamente, e quasi candidamente, accelerato sfide epocali. Se la risposta delle società europee sarà coerente con le premesse con cui le istituzioni hanno intuito la via d’uscita dalla crisi, ci sarà ancora un futuro per l’Unione. E, magari, la risposta potrà essere la base per un nuovo Trattato, in grado di ri-avvicinare i cittadini europei tra di loro, ponendo finalmente al centro degli interessi il bene comune europeo quale cifra delle relazioni umane, sul fondamento di una cittadinanza proattiva e responsabile.

Articoli correlati