CITTA' / Bruges, la bellezza che non tramonta

SEGNOWEBESTATE2019 / domenica 4 agosto / CITTA'

 

BRUGES, LA BELLEZZA CHE NON TRAMONTA

 

Bruges. I duchi di Borgogna, Memling, l’autunno del Medioevo: il postludio senza fine di un organo, avrebbe detto Johan Huizinga.

Basta passeggiare per le strade e i ponti di questa antica capitale, osservare le case che sembrano la versione in pietra e mattoni dei celebri merletti di Fiandra, fermarsi nella quiete del beghinaggio o nella frescura di una chiesa, per respirare l’aria di un tempo che non c’è più e sentirsi immersi in una civiltà tra le più raffinate d’Europa: immaginare i commerci, i traffici, le feste e gli spettacoli di una cultura che non conosce mezze misure, che accanto alla povertà più nera celebra la bellezza della vita. Perché, aggiungeva Huizinga, «quanto più stridente è il contrasto con la miseria della vita quotidiana, tanto più forti devono essere i mezzi necessari a raggiungere lo stordimento indispensabile a mitigare la realtà». 

Se in ogni viaggio ciò che conta non sono i chilometri, la distanza, lo spazio, ma il tempo – e l’inevitabile sensazione di estraneità che esso comporta –, tutto ciò è doppiamente vero per Bruges. Lungo i canali solcati dalle barche, nella Grand-Place, su cui veglia l’imponente beffroi, simbolo delle libertà comunali, eccoci dunque, con un po’ di fantasia, davanti a un quadro di van Eyck, con i mercanti internazionali e gli eruditi, eredi degli Arnolfini e dei Guicciardini che frequentavano queste strade. O in una tavola di Bruegel, tra la folla di saltimbanchi, mangiatori di fuoco, menestrelli che declamano storie d’amore e proverbi popolari. O nella cattedrale del Saint-Sauveur, il Santissimo Salvatore, ad ascoltare le ardite architetture musicali della polifonia franco-fiamminga, i mottetti e le messe di Josquin Desprez, di Obrecht, di Ockeghem, musica eterea e sublime. Prima di un salto nel parco del Minnewater, dove – secondo la leggenda – un amante inconsolabile fece costruire un laghetto sulla tomba della donna amata. 

Bruges la morta, titolo del romanzo di Georges Rodenbach, capolavoro del simbolismo ottocentesco, Bruges la crepuscolare, perennemente avvolta nelle brume del passato, è più che mai viva. Non soltanto la Bruges da cartolina, chiamata con enfasi, nonostante la somiglianzamolto vaga, Venezia del nord. O la Bruges di mediocri romanzi contemporanei. Ma la città che conserva come nello scrigno di un abilissimo orafo i tesori del passato e che nello stesso tempo coltiva la passione per la cultura, per la buona musica e un’eleganza che non la appesantisce né la addormenta. E non sorprende che sia stata un luogo amato dagli artisti e in cui per tutti era più facile «faire chère lie», secondo l’espressione dei trovatori medievali: celebrare gioiosamente i piaceri della vita, essere e mostrarsi felici.

Ora nell’antico Ospedale San Giovanni (Sint-Janshospitaal) osservo i dipinti di Hans Memling, il più fiammingo tra i pittori tedeschi: il reliquiario con le storie di sant’Orsola, i ritratti di nobildonne e di gentiluomini alla moda del tempo, il trittico con, al centro, il matrimonio mistico di santa Caterina, a sinistra la decollazione di Giovanni il Battista e a destra le visioni dell’altro Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, seduto su una roccia a Patmos, mentre davanti a lui si svolge il film dei tempi ultimi, con il trionfo finale dell’Agnello. E poi le soavi Madonne, in cui la durezza teutonica è stemperata da una dolcezza tutta fiamminga e dal virtuosismo di un artista che eccelle nella resa dei dettagli e nei giochi delle trasparenze. Non ultimo premio di un viaggio a Bruges.

 

Giornalista e sociologo, vive in Francia. Già direttore del settimanale Segno7, ha appena pubblicato per Ave Europa. Una mappa interiore (Roma, 2019) 

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