Diario al tempo del coronavirus/ La prossimità che ci salva

La bellezza di una prossimità che ci salva

È bello raccontare e raccontarsi queste storie di prossimità al tempo del coronavirus. In mezzo alla paura di un nemico invisibile che va più veloce della nostra fretta abituale, ecco il regalo inaspettato: scoprire quanto questa mancanza di relazione tra di noi, aggiunga desiderio di un abbraccio. I tempi del coronavirus ci regalano almeno questo: la sobria bellezza di una prossimità che ci salva.

 

È bello raccontarsi come in questa Quaresima duemilaventi, intrisa di paure e incertezze, ci sia posto per una preghiera più forte, sentita, perfino più attesa. Un autentico desiderio di essere in relazione con Dio e con il prossimo attraversa la vita di tutti noi e (forse) non solo dell’uomo di fede. È lo spirito collettivo del Paese a essere messo oggi in discussione, riconvertendo valori, etica pubblica e privata, senso della famiglia e lo scorrere del tempo. 

Una prova inaspettata, certo. Dolorosa, impervia. Ma con la consapevolezza che il popolo di Dio sa dosare bene il gusto della manna biblica in tempi di carestia. Le iniziative di vicinanza, seppur a debita distanza, si moltiplicano ogni giorno. Parrocchie, diocesi, comunità ecclesiali sparse in ogni angolo della penisola, movimenti, associazioni. Il web amplifica questo volersi bene. Preghiera, consigli per sopravvivere al grande digiuno dell’incontro con l’”altro”, letture, musica colta e popolare, buone pratiche di esercizio domestico, esercizi di comunità, recita del Rosario collettivo, occasioni di prossimità virtuale che tengono bene la prova contro un nemico sconosciuto.

È un bell’ascolto, nonostante il coronavirus. Il monaco Luciano ci introduce a una riflessione sul tempo sul sito del suo monastero, sorella Myriam, invece, con la sua cetra allieta attraverso you tube le ore del silenzio, e tanti altri musicisti, laicamente, suonano i loro live in diretta facebook. Si sta insieme per tendersi la mano. Anche a un metro di distanza. Qualcun altro riprende in mano il telefono, questo sconosciuto, per sentire gli amici, mentre don Giuseppe, invece, ha inviato un whatsapp audio molto stringato, solo dieci minuti ma bellissimo, ai suoi parrocchiani, una smart-omelia sulla Parola di Dio di domenica scorsa. E così farà per le prossime domeniche, fino al 3 aprile. Perché ora le chiese sono chiuse. Per tutti.

Fede e vita stavolta camminano a braccetto. E, nonostante tutto, ci sembra questa sì una buona notizia. In attesa di celebrarle insieme, nel tempo di Pesach.

È bello raccontare e raccontarsi queste storie di prossimità al tempo del coronavirus. In mezzo alla paura di un nemico invisibile che va più veloce della nostra fretta abituale, ecco il regalo inaspettato: scoprire quanto questa mancanza di relazione tra di noi, aggiunga desiderio. 

Desiderio di relazione prossima. Una provocazione virologica, al contrario. 

Desiderio di abbraccio, di contiguità relazionale, di relazione vere. Non bypassate dalla tecnologia on line che per adesso, a dir la verità, ci sta aiutando a tenere testa al virus. 

Desiderio di darsi del “tu” e di guardare con occhio diverso alle cose vere della vita. 

I tempi del coronavirus ci regalano almeno questo: la sobria bellezza di una prossimità che ci salva.

 

 

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