Diario al tempo del coronavirus/ Tanti i sacerdoti che non ce l'hanno fatta

Diario al tempo del coronavirus

Tanti i sacerdoti che non ce l’hanno fatta

 

La pagina web della Chiesa di Milano sembra un bollettino di guerra. Ma anche il segno di una Chiesa che è ospedale da campo dopo una battaglia. Sono tanti i sacerdoti che hanno perso la vita per colpa del coronavirus, in particolare in Lombardia. Il quotidiano Avvenire ne conta più di 50. Il giornalista Francesco Ognibene osserva che il numero è ovviamente impreciso, per difetto, e «capitolo a parte è per missionari, suore, diaconi, personale delle Curie diocesane, responsabili di uffici e collaboratori; una contabilità di vittime tutta da ricostruire». Cinque saveriani sono morti nella casa madre a Parma, due orionini a Tortona, un comboniano a Milano, un monaco cistercense di origini eritree si è spento all’abbazia di Chiaravalle, nel Piacentino. A Lecco è morto padre Remo Rota, missionario sacramentino, 77 anni, originario della Valle Imagna ma lecchese di adozione. Per 38 anni in Congo, di sé amava dire, con semplicità: “Ho fatto di tutto, spero di aver fatto bene anche il prete, con i miei difetti”». Tanti sacerdoti perché amici del popolo di Dio, guide spirituali di una fede in cammino e quindi più esposti di altri al contatto con la gente. Un tributo incredibile per amore del prossimo, un vero e proprio martirio da parte di chi sa essere davvero Chiesa.

Ieri è morto don Franco Carnevali, 68 anni. Originario di Legnano, giovane prete a San Nicolò a Lecco, assistente dell'Ac ambrosiana, prevosto a Gallarate e vicario episcopale per la Zona VI, attualmente parroco Monza. L’Azione cattolica di Legnano, a firma di Franco Monaco lo ricorda con queste parole: «Don Franco Carnevali ci ha lasciato. Se l’è portato via questo virus cieco e crudele, che ci ha impedito anche di accompagnarlo nei suoi ultimi giorni di sofferenza e che ci impedisce di piangerlo e salutarlo insieme. Ha raggiunto mamma Milea e papà Achille. Mamma e papà suoi, ma anche nostri. Come lui è stato, per me e per molti altri cresciuti nell’oratorio e nella parrocchia di San Domenico in Legnano, un fratello. Perchéla famiglia Carnevali è stata la nostra famiglia, la loro casa un po’ la nostra casa. Lì ci raccoglievamo spesso, sacerdoti e laici, per condividere attese, speranze, progetti, per ragionare sui problemi della vita, della Chiesa, della società. Lì, per davvero, esemplarmente, si faceva l’esperienza della comunità cristiana intesa come una famiglia. Lì, con semplicità, senza retorica, si toccava con mano come una famiglia, i sacerdoti e i laici potessero essere, in solido e corresponsabilmente, l’anima di una parrocchia. Volendoci bene».

Anche don Giancarlo Quadri, si legge nel sito della diocesi di Milano, è caduto vittima del coronavirus. Se n’è andato a 76 anni un grande prete, un sacerdote da sempre impegnato accanto agli ultimi, con uno spiccato spirito missionario, un’intelligenza culturale verso il grande tema dei migranti. È stato lui che per 18 anni dal 1996 al 2014 ha vissuto in prima linea con i migranti portandoli all’integrazione, al vivere insieme nella comunità cristiana e nella società. Un precursore della Chiesa dalle genti.

E solo ieri l’altro abbiamo salutato don Paolo Camminati, parroco a Piacenza e assistente diocesano di Azione cattolica. Il virus lo ha stroncato a soli 53 anni. Con un sogno nel cassetto: aveva presentato alla sua diocesi di Piacenza-Bobbio il progetto di una casa, in canonica, per i lavoratori precari, quelli che l’instabilità dei contratti lascia spesso senza dimora.

Tutta la Lombardia, e Bergamo in particolare, soffre. Senza contare quelli in terapia intensiva.

Tantissimi i cinquantenni e i sessantenni. E tutti, guarda caso, con l’odore delle pecore, per usare una famosa espressione di papa Francesco. Morti senza un funerale, come il resto della popolazione. Reverendi sempre in mezzo alla gente, che continuano a visitare malati e anziani, a benedire le salme in questi giorni drammatici. «Sono alle mense dei poveri o in aiuto ai senzatetto anche se ora le precauzioni, a partire da guanti e mascherine, sono altissime anche tra i religiosi». E c’è anche chi, nei reparti di terapia intensiva, sostiene i medici leggendo loro il Vangelo e la Bibbia.

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