Diario al tempo del coronavirus/ Le beatitudini via web

Le beatitudini nell’era del digitale (e del coronavirus)

Questo tempo in casa ci dia di nuovo il gusto di cercare il prossimo, trovarlo e consolarlo. Il web, soprattutto i social media, sono diventati campo di conquista del cattivo gusto e della violenza condivisa in mille modi. Se abbiamo deciso di dedicare più tempo alla nostra permanenza on line in questi giorni, perché non farlo seminando pace, accompagnando i dubbiosi, incoraggiando i dispersi, arginando le polemiche, rinvigorendo le mani fiacche, raccontando le belle storie che ci circondano e che sono autenticamente storia di salvezza? Don Luca Peyron ci dice come fare

 

«La pandemia che stiamo affrontando insieme, ci mette di fronte a sfide inedite e inediti scenari sociali, ecclesiali e personali. Per fare fronte a tutto ciò, stiamo usando in modo massivo tecnologie digitali facendo inconsapevolmente un grande esperimento. Il digitale è uno strumento, ma non uno qualunque: è molto potente pur sembrando molto semplice, considerevolmente pervasivo pur restando domestico. La tecnica non è mai neutrale e nell’uso che facciamo o che essa fa di noi, si gioca la partita dell’umano e, in questi tempi, anche di un annuncio autentico del Vangelo». 

Sono parole di don Luca Peyron, che si occupa per la diocesi di Torino di un innovativo servizio di Apostolato Digitale (Condividere codici di salvezza), e che ci sentiamo di condividere. Qualche idea su come usare la tecnologia, qualche suggerimento per cominciare a capire un po’ meglio il peso reale che può avere nella nostra vita, qualche intuizione per restare umani e credenti. «Cerchiamo la beatitudine, piuttosto che una presunta allegrezza digitale che taciti l’ansia di questo tempo incerto; cerchiamo il Regno, piuttosto che fallaci occasioni per regnare alla destra o alla sinistra del Signore». Ecco qualche esempio (per il testo completo cliccare https://www.apostolatodigitale.it/riflessioni/coronavirus-digitale-vita-...).

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli: stare a casa passando dalle connessioni alle relazioni. 

In questo tempo è bello riconoscere il nostro bisogno di essere rassicurati, accolti, accompagnati. Via web o bussando alla porta di chi vive con noi, mendichiamo un po’ di relazioni, condividiamo quei gemiti inesprimibili che lo Spirito Santo suscita nei nostri cuori e saremo ricchi di ciò che né ruggine, né tignola né coronavirus possono portare via: la nostra umanità, divina umanità, che ci rende persone, che ci chiede di essere persone. 

Beati gli afflitti, perché saranno consolati: stare a casa tra sacro e profano. 

Questione delicata quella della preghiera senza la celebrazione pubblica della Messa, dei riti della quaresima che scompaiono, catechismo, oratorio, gruppi: tutto si interrompe. C’è un grande senso di vuoto e soprattutto i pastori, chi ha compiti formativi ed educativi, sentono il dovere di agire e di consolare il popolo. Come tenere insieme questo desiderio giusto con la necessaria sapienza e prudenza? Bene le riunioni on line, le chat, i video di catechesi, i sussidi da leggere e usare in famiglia, ma che ne è di tutto ciò che è propriamente sacro, cioè nato per essere separato e non confuso, affinché possa davvero svolgere il suo ruolo di mediazione con il Santo? Occorre prudenza, affinché il nostro desiderio di esserci e il bisogno che qualcuno ci sia non trasformi il sacro in profano, l’estetica in cosmetica, il desiderio in capriccio che si può soddisfare grazie alle tante offerte a disposizione. La liturgia non ha spettatori, non può averne: usare strumenti che funzionano in modo tale da creare spettacolo, come alcuni social media in modo particolare, rischia di essere controproducente. Evitiamo l’adorazione eucaristica via social, piuttosto suoniamo le nostre campane e, come nella tradizione benedettina, chiediamo in quel momento di fare un atto di adorazione silenzioso! Se pensiamo che sia pastoralmente necessario trasmettere la S. Messa, considerando che già esiste un’offerta istituzionale significativa, usiamo piuttosto youtube o altre piattaforme video, in cui ci trova chi ci cerca, non chi naviga per caso. 

Beati i miti, perché erediteranno la Terra: stare a casa per abitare il focolare, anziché appiccare incendi. 

La mitezza è benevolenza istintiva, gentilezza spontanea che non ricerca la sopraffazione, al contrario, lascia spazio all’altro perché si possa crescere nella verità. La mitezza è ciò che rende la casa un focolare e la rete uno spazio non ostile, entrambi luoghi abitati da persone pazienti e umili come Gesù. 

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati: stare a casa in quaresima in ricerca dell’essenziale e lontani da ogni bulimia. 

In questo tempo di paure rafforzeranno le nostre paure. La nostra fame e sete di giustizia può e deve passare allora da un sano discernimento e, soprattutto, attraverso l’intelligenza di chi cerca la fonte della verità. Il tempo che ci è dato può diventare tempo propizio per selezionare siti e tenerli tra i preferiti, per scoprire e far scoprire fonti affidabili a cui attingere oggi e domani. Nel tempo in cui sembra di essere privati della nostra libertà, possiamo acquisire nuovamente la libertà di scegliere e di gustare le nostre scelte. 

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordiastiamo a casa perché siamo fragili ed è la fragilità il luogo in cui Cristo ci incontra. 

Possiamo affacciarci al mondo attraverso uno schermo e il mondo, attraverso quel medesimo schermo, può sbarcare in casa nostra. Tuttavia, la realtà della nostra carne dice che non possiamo abbracciare un genitore anziano, un nipote, un fidanzato dall’altra parte della strada. La tecnologia che promette onnipotenza oggi non può che fermarsi davanti al fatto che onnipotenti non siamo. Possiamo invece essere creature, essere misericordiosi con noi stessi accettando di essere fragili, contagiabili, mortali. In questo riconoscimento sereno, non cerchiamo con affanno salvezza negli strumenti, ma nel Salvatore. Abbiamo bisogno di essere misericordiosi con l’umano che è in noi e, con umiltà, lasciare che la Misericordia ci tocchi con il suo amore onnipotente. 

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: stare a casa nella bellezza della clausura e non nell’infelicità degli hikikomori 

L’hikikomori è una persona che ha scelto l’esclusione sociale, di vivere chiuso in una stanza perennemente on line, staccando la spina dalla vita e attaccando la spina di un mondo immateriale in cui navigare e senza essere toccato davvero dall’esistenza. Il coronavirus non ci renda a‐sociali, ma diversamente sociali, pienamente credenti. La tradizione della Chiesa ci consegna l’esempio e la vocazione di uomini e donne che scelgono di chiudere il loro corpo in uno spazio ristretto, la clausura, per vivere in pienezza la relazione con le altre persone che vivono con loro e, insieme a loro, la relazione con il Signore, intercedendo per il mondo intero. Non sono persone recluse, sono persone che hanno scelto la libertà del cuore, quella purezza che fa vedere Dio. Le circostanze ci consegnano la medesima opportunità: non restiamo chiusi in casa finendo per chiuderci al mondo e a Dio. Il virus non è uno strumento con cui accettare l’isolamento, al contrario, può essere la strada per una nuova e più forte socialità ed una nuova e più forte relazione interiore a questo punto anche mediata digitalmente in modo sano e vero. 

 

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio: stare a casa offrendo il proprio cuore come casa. 

Questo tempo in casa ci dia di nuovo il gusto di cercare il prossimo, trovarlo e consolarlo. Il web, soprattutto i social media, sono diventati campo di conquista del cattivo gusto e della violenza condivisa in mille modi. Se abbiamo deciso di dedicare più tempo alla nostra permanenza on line in questi giorni, perché non farlo seminando pace, accompagnando i dubbiosi, incoraggiando i dispersi, arginando le polemiche, rinvigorendo le mani fiacche, raccontando le belle storie che ci circondano e che sono autenticamente storia di salvezza? 

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia: stare a casa offrendo speranza per il futuro e non rivalsa per il passato.

La fede è dono, la Grazia è dono, l’appartenenza ecclesiale è dono. Un dono che ci è dato per essere condiviso, affinché ogni esistenza possa contagiare positivamente, per trasfigurazione, l’umanità. Appena ieri era il tempo della fede nascosta per non essere perseguitati, oggi non diventi il tempo della fede ostentata quasi di rivalsa. La fede ancorata alla paura scomparirà nel momento in cui scomparirà la paura. La potenzialità degli strumenti digitali diventa facilmente desiderio di potenza e l’incertezza di questi giorni terreno di coltura per improvvisati profeti di sventura. Non ascoltare quelle voci, non condividere quelle voci, non farti voce di quelle condivisioni. Piuttosto, intercetta queste persone e rallegrati ed esulta con loro perché il Regno dei cieli è anche per loro, perché il Padre è anche loro. 

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli 

Il Signore benedica questo nostro tempo e benedica ciascuno di noi nel tentativo che faremo, insieme, di abitarlo con gli strumenti che l’intelligenza e la fantasia umana ci mettono a disposizione. Andrà tutto bene nella misura in cui sapremo condividere il Bene e metterci al suo servizio. 

 

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