Faber, il poeta dei vinti

I più grandi musicisti dicono che la musica non cambia il mondo. Eppure, a sentirle queste benedette canzoni, un po’ riescono a cambiarlo, se non il mondo, almeno l’animo dell’uomo. Piccoli assaggi di buoni sentimenti, per persone che veicolano pace.

Oggi facciamo memoria di una mancanza musicale. Sono passati appena vent’anni dalla morte di Fabrizio De André, il poeta degli ultimi, il cantore di chi va in direzione ostinata e contraria. Vent’anni senza la sua bella musica, i suoi testi veri e profondi, i suoi concerti. Vent’anni di assenza che va a combinarsi con un Festival di Sanremo che già si anticipa, per le parole del suo direttore artistico Claudio Baglioni sulla questione migranti, assai interessante.

Tanti ricordano De Andrè per gli esordi, per La canzone di MarinellaLa guerra di PieroBocca di rosa. Per tutta quell’armonia musica-parole che lo rendeva così al tempo stesso autenticamente popolare e autenticamente anarchico. 

Ma pochi fanno riferimento a un album datato 1984, Crêuza de mä. È qui che il genio di Fabrizio de Andrè riesce a raggiungere vette di arte pura. In un dialetto genovese antico e assai ostico, Crêuza de mä, considerato dalla critica non solo italiana uno dei primi e migliori album di musica etnica di sempre, già anticipa in maniera dirompente l’avvento di quello che oggi noi chiamiamo, con un po’ di paura, “Altro”, i dilemmi del Mediterraneo, il mare e i suoi sbarchi di gente proveniente da sponda opposta. Le voci e l’eco delle coste presenti in Crêuza de mä restituiscono il quadro vivente di un pensiero collettivo sul Mediterraneo e sull’Europa dove le radici cristiane vivono e si incarnano insieme a un’etica laica che non ha paura di disobbedire ai potenti, laddove serva.

In questi tempi di chiusura di anime e di porti, la musica di De André viene invece a farci visita di continuo. Essa bussa alla nostra porta. È una musica che sa di “altro” (se "altro" ancora non è ancora diventato una brutta parola del nostro vocabolario), di rispetto, tolleranza, misericordia. È musica che accoglie l’abbraccio. Nel finale di Smisurata preghiera, l’ultimo cd di De André scritto a quattro mani con Ivano Fossati, Faber canta: «Ricorda Signore questi servi disobbedienti/ alle leggi del branco/ non dimenticare il loro volto/ che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti/ come una svista/ come un’anomalia/ come una distrazione/ come un dovere».

Ecco perché oggi riannodare i fili con le canzoni di Fabrizio De Andrè può essere terapeutico per un ethos civile che ha bisogno come non mai di ritrovare tracce per la costruzione della città dell’uomo a misura d’uomo. 

Le canzoni, anche quelle di Faber, non cambiano il mondo. 

Ma almeno restituiscono l’onore ai vinti della storia.

Articoli correlati