Letture e sconfinamenti. Alla ricerca dell'Altro

di Gianni Di Santo

«Il confine non ha, specialmente negli ultimi tempi, una buona fama. Naturalmente tutto dipende da come si vive un confine: se lo si vive come ponte per incontrare l’altro oppure come muro per respingerlo». Le parole di Claudio Magris dipingono bene la crisi dei “confini, etici, politici, culturali e antropologici che oggi stiamo vivendo. Così, altre parole e racconti che cercano di andare oltre le rotte attuali della geopolitica possibile, sono in buona compagnia in un libro appena edito da San Paolo e che la giornalista milanese Donatella Ferrario ha voluto proprio titolare Sconfinare. Viaggio alla ricerca dell’altro e dell’altrove.

Va detto subito che il viaggio lungo i confini e gli sconfini di un’umanità possibile tocca le corde spirituali, tra gli altri, della scrittrice armena Antonia Arslan, Paolo Rumiz, Abraham Yehoshua, Josè Tolentino Mendonça, Furio Colombo. Perché nel viaggio della Ferrario l’umanità, oppure l’Altro, con la A maiuscola, e gli altri, in una sorta di plurali che si incontrano anche per caso, è cosa che ci interessa.

Sconfinare è un viaggio dentro sé stessi, alla ricerca di un’anima perduta europea che prova ogni tanto a ristabilire muri, e abbattere ponti. L’Altro, gli altri, invece potrebbero essere il rischio di nuova democrazia dove i diritti fondamentali dell’uomo hanno bisogno di respirare e progredire ancora. Perché tutti i confini politici, linguistici, statali, culturali, oggi persino diventati confini identitari, sono presi ostaggio da un imbarbarimento del sentimento stesso del confine. Confine uguale chiusura, xenofobia e razzismo.

Se ne può uscire? Il viaggio di Sconfinare vorrebbe sperare di sì. Solo se accettiamo l’incontro con l’altro, il diverso da noi, il lontano da noi. Costruire ponti, per la Ferrario e i suoi accompagnatori letterari e viaggiatori incalliti, significa allargare i confini del tempo e dello spazio e fare posto a una linea di confine che non ha, per paradosso, confini.

Il viaggio e il cammino, spesso il viaggio e il cammino interiore, non sono altro che un abbraccio all’umanità ferita e abbandonata, quella che scappa da guerre e sbarca lungo le nostre coste.

Per questi uomini e queste donne vale il viaggio. Per godere insieme di quel confine che è una mano tesa verso l’ignoto, il cielo sopra di noi, ma anche un immenso sguardo rivolto verso l’abbraccio della terra. Perché, in fondo, l’altro siamo noi.  E il cammino è già iniziato.