Non solo vacanze...

Il viaggio in letteratura è anche e soprattutto incontro con l’altro, con una natura incontaminata, con un mondo solo apparentemente selvaggio. Per riuscire a guardare il mondo con gli occhi colmi di meraviglia dei piccoli

 

I giorni della chiusura ci hanno fatto riscoprire, nel bene e nel male, la mancanza. Quella dell’altra persona e quella dell’altro spazio. L’andare a visitare un vicino, una persona cara, un’altra che non può muoversi, visitare un luogo a noi familiare o che non abbiamo mai visto è qualcosa che fa parte di noi. Il viaggio per la vacanza estiva è solo una parte di questa vocazione nomade dell’uomo, come testimonia la Bibbia quando ci parla dei continui spostamenti dei suoi protagonisti: Abramo si sposta dalla città caldea di Ur verso la terra indicata da Dio, e poi ancora in Egitto a causa di una carestia, e la stessa Sacra Famiglia deve spostarsi più volte: la nascita di Gesù, l’evento che ha cambiato il mondo, è accaduto nel corso di un viaggio. E d’altronde gli spostamenti sono stati sempre il destino dell’uomo, alla ricerca di cibo o di un clima migliore, e molte popolazioni famose nella storia, come gli Achei o gli Etruschi, venivano da luoghi assai lontani da quelli che hanno assistito ai loro trionfi. 

I luoghi santi sono luoghi per eccellenza di pellegrinaggio e la letteratura stessa ci ha offerto il racconto di viaggio come libro destinato a rimanere: si pensi al Milione di Marco Polo e alla Commedia dantesca che è che un viaggio, inteso allegoricamente, nell’Aldilà. Se è per questo i personaggi più celebri si sono distinti sempre per la loro vocazione al viaggio, come nel caso di Alessandro Magno, che se la prese non poco quando i suoi uomini gli fecero capire, alle porte dell’India, che era il caso di tornare indietro dopo anni di battaglie e di avventure. 

La letteratura è stata sempre attirata dal tema del viaggio, colto spesso nella sua ambiguità di vacanza ma anche di conoscenza, attrazione o repulsione verso culture altre: è il caso di Il tè nel deserto (1949), dell’americano Paul Bowles, storia di una coppia e di un loro amico che in vacanza a Tangeri devono fare i conti con il fascino-repulsione verso una cultura, e una natura, che l’occidente ha sempre visto come inferiore e da civilizzare. Il viaggio come smascheramento del luogo comune (occidente civile, Africa barbara) è alla base anche dei racconti africani di un grande scrittore argentino, Robert Arlt, che in L’allevatore di gorilla, recentemente tradotto dall’editore Fuorilinea, narra come il sazio occidentale possa essere sconvolto e trasformato dal contatto con mondi sconosciuti. Come si vede, il viaggio è visto nella letteratura, o almeno in quella più profonda, non come ricerca di esotismo in sé e per sé, ma come limite da varcare a rischio e pericolo delle vecchie abitudini di pensiero. 

L’archetipo di tutti i viaggi d’occidente è quello di Ulisse, narrato nell’Odissea, la cui più affascinante interpretazione rimane quella di Kostantinos Kavafis: è il viaggio a essere il tesoro, perché ti permette di “imparare dai sapienti” nei luoghi che si visitano e nello stesso tempo di aver nel cuore una missione da compiere. Nella letteratura contemporanea, il viaggio sembra essere un antidoto al sonno della coscienza, anche se questo viaggio segna l’addio al benessere borghese basato sulla sicurezza economica e la scelta della provvisorietà come reazione al non senso, come accade in Le cure domestiche (1980) della scrittrice statunitense Marilynne Robinson. Viaggio non solo come vacanza, insomma, ma come riappropriazione del senso della vita nel contatto – anche pericoloso, non solo fisicamente – con la natura non ancora modificata dall’uomo, come accade nel Leopardo delle nevi (1978) di Peter Matthiessen, uno dei libri-cult di molti ambientalisti e assai tenuto da conto dal premio Strega 2016 Paolo Cognetti, guarda caso anche lui viaggiatore e scalatore, nel recente Senza mai arrivare in Cima (Einaudi). 

Senza dimenticare il viaggio interiore attraverso la quotidianità, in alcuni punti fermi della letteratura moderna: l’Ulisse(1922) di Joyce, diario di un “pellegrinaggio” di un solo giorno nella Dublino novecentesca, e quel viaggio sempre procrastinato, metafora dei sogni e delle speranze umane, della Gita al faro (1927) di Virginia Woolf. Abbiamo dovuto tralasciare molte altre testimonianze letterarie, soprattutto quelle considerate per ragazzi se non per bambini, come Alice nel paese delle meraviglie o I Viaggi di Gulliver e che invece avrebbero molto da dire al mondo degli adulti, se essi, come avrebbe voluto il sedentario Pascoli, riuscissero a guardare il mondo con gli occhi colmi di meraviglia dei piccoli. 

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