Invisibili?

Nella nuova emergenza covid-19 ci sono proteste civili e incivili. E c’è chi, il popolo invisibile dei clochard, senza protestare si nasconde sotto i cartoni, i ponti e nelle gallerie della Stazione centrale di Milano. «Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura» (Fratelli tutti). Viaggio nella notte underground milanese, dove si incontra anche la solidarietà, attraverso l'impegno dei giovani dell'Azione cattolica ambrosiana

 

Da pochi giorni Milano è zona rossa. I numeri dei contagi positivi al coronavirus-19 sono saliti vertiginosamente. Un dato che, a macchia di leopardo, ha colpito tutto il paese. Molte le categorie, le persone, le famiglie, arrabbiate per le nuove restrizioni, ma necessarie per difendere il diritto alla salute dei singoli e della collettività. C’è chi civilmente protesta per le restrizioni delle attività e chi, l’incivile follia dei negazionisti e altri, strumentalizza la situazione. Si cavalcano le paure trasformandole, se possibile, in panico con l’uso e l’abuso di notizie false spacciate per verità. L’informazione deve essere saggia perché «presuppone l’incontro con la realtà» (Fratelli tutti) non la sua negazione. C’è chi, non a causa del virus, non solo non protesta più, ma si nasconde sotto cartoni e ponti: il popolo invisibile dei clochard. Dedicarsi a loro, dice la cultura dello scarto, è inutile perdita di tempo. Ma «la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro (Ft)». I clochard milanesi (circa dodicimila), come quelli sparsi nel paese, sono tanti. Forse, in questo tempo “sospeso”, sono aumentati perché sono aumentate le povertà. Nei tre mesi di lockdown la Caritas ha sostenuto quasi mezzo milione di persone, esattamente 445.585, in media 2990 per diocesi. Cifra altissima che supera la media annua di circa 200mila individui. 

Il silenzio dei clochard deve essere ascoltato. Impoveriti anche della rabbia che non sentono più. Hanno tagliato i ponti con la vita. Non rifiutano il mondo, ma quel mondo che li ha resi scarti tra scartati. In piena emergenza covid-19, lo scorso marzo, ho trascorso una notte nell’astanteria dell’ospedale di Niguarda. Unica compagnia un clochard, né giovane e né vecchio, raccolto incosciente dalla polizia sull’autostrada per Pavia. Il paradosso ha voluto che, nella crisi pandemica, sia stato proprio l’invisibile virus che ha reso visibile il clochard. Per i senza tetto il dramma è doppio. La regola sanitaria di rimanere in casa non ha alcun senso perché la strada è la loro casa. Il centro del problema lo capisci se frequenti, o passi nella periferia. «Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno (Ft)». 

 

Sotto i ponti e le gallerie

Da sette anni i giovani dell’Azione cattolica ambrosiana, tramite l’esperienza delle 3P (Parola, Preghiera e Poveri), incontrano i clochard nel centro di Milano. Tra le dinamiche educative e positive dell’iniziativa, c’è quella di aver insegnato la capacità di ascoltare i poveri. Un ascolto che rischia l’emarginazione nell’indifferenza che può diventare pericolosa perché crea una distanza che impedisce di vedere la realtà negandola. Per questo «non bisogna perdere la capacità di ascolto. San Francesco d’Assisi ha ascoltato la voce di Dio, ha ascoltato la voce del povero, ha ascoltato la voce del malato, ha ascoltato la voce della natura. E tutto questo lo trasforma in uno stile di vita. Spero che il seme di san Francesco cresca in tanti cuori (Ft)». 

Ho tentato di “ascoltare” alcuni clochard che ho incrociato sotto i ponti e nelle gallerie della Stazione Centrale. Lungo il naviglio della Martesana si incrociano diversi ponti. In quello più buio e lungo c’erano due clochard arroccati nei loro cartoni umidi, mentre un soffitto di ombrelli li riparava dalla pioggia. Lungo le paratie murarie della Stazione centrale si incontrano diverse gallerie. In una di queste, illuminata da una pallida luce gialla, sotto pesanti coperte dormiva un gruppo di clochard. Il traffico scorreva veloce e indifferente. Immagine surreale ma vera. In un servizio televisivo lo stesso papa Francesco è rimasto impressionato nel vedere dei clochard “parcheggiati” all’aperto. I clochard non erano, e non sono, automobili ma persone, umanità. Nella galleria il rumore del traffico cercava inutilmente di zittire un dolore silenzioso che deve essere ascoltato. «Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile, non possiamo lasciare che qualcuno rimanga “ai margini della vita” (Ft)».

Ancora oggi la parabola del buon Samaritano è una provocante attualità. Lo sarà sempre. Tra i vari personaggi narrati nella parabola ci sono due tipi di persone: «quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura (Ft)».

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