Regeni, il coraggio della verità

I genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in circostanze misteriose in Egitto cinque anni fa, non si sono fermati nemmeno durante la pandemia: hanno smesso di macinare chilometri su e giù per l’Italia, ma non di intervenire a dibattiti, incontri, manifestazioni in formato digitale. 

Un libro scritto proprio dai genitori continua a cercare la verità, e tiene accesi i riflettori. Una battaglia che continua, perché ancora oggi «Giulio ci costringe a decidere da che parte stare»

 

«L’uccisione di Giulio, certo, ha cambiato tutto: oggi, per esempio, ci capita, come in passato, di entrare nelle chiese e fotografare le Madonne, con il Cristo morto tra le braccia…E ci troviamo a pensare: almeno Maria ha avuto la possibilità di tenere suo figlio tra le braccia». Ascoltare le parole e leggere i racconti di Paola Defendi e Claudio Regeni, i genitori del ricercatore italiano scomparso il 25 gennaio 2016 in Egitto e ritrovato morto, poco più di una settimana dopo, alla periferia del Cairo, è come precipitare nell’abisso, in un viaggio a fondo di quella che Hannah Arendt chiamava “banalità del male”. Un pozzo che ha inghiottito Giulio Regeni, 28 anni, dottorando della prestigiosa Università di Cambridge nel paese per condurre una ricerca sociale sul mondo dei sindacati nell’Egitto post-rivoluzione. «Ho visto sul volto di Giulio tutto il male del mondo», racconta la madre Paola nel libro Giulio fa cose scritto a sei mani con il marito e la loro avvocata Alessandra Ballerini.

Lei che è riuscita a riconoscere il volto sfigurato del figlio solo dalla punta del naso, da quei lineamenti inconfondibili per una madre. Erano passati quattro giorni dal ritrovamento del corpo e rientrati in Italia questi genitori iniziavano una battaglia che non avrebbero mai voluto combattere. «Dal quel giorno – raccontano – è partita la nostra lotta per la verità e la giustizia. Che poi è una battaglia di coerenza rispetto a quello che siamo e siamo stati come famiglia e come persone. La nostra battaglia è la maniera che abbiamo scelto per dire: “Giulio, ci siamo, ti difendiamo”. (...). Da quel momento è cominciata la nostra nuova vita. È cominciato un nuovo viaggio, che non avremmo mai voluto fare, per la verità e la giustizia per conoscere gli esecutori e i mandanti del sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio. Pretendiamo, fin dal primo istante, tutta la verità. Tutta. Per nostro figlio, per Irene (sorella ndr) e per tutti i “Giuli” di Egitto». Eccoli questi due genitori, moderni Davide contro il gigante Golia. Una storia che ricorda quella di altri genitori che, soli, hanno continuato per anni a chiedere giustizia per i loro figli: torna alla mente il caso di Ilaria Alpi, la giornalista uccisa in Somalia nel 1994, e sulla cui morte non è ancora stata fatta verità. O quello di Mario Paciolla trovato morto (in circostanze misteriose) nel luglio 2020 mentre in Colombia partecipava a un programma delle Nazioni Unite. 

Paola Defendi e Claudio Regeni non si sono fermati nemmeno durante la pandemia: hanno smesso di macinare chilometri su e giù per l’Italia, ma non di intervenire a dibattiti, incontri, manifestazioni questa volta in formato digitale. Tutto quanto in loro possesso per continuare a cercare la verità e tenere accesi i riflettori. Una lotta impari contro chi vorrebbe far calare sull’intera vicenda il velo pesante dell’oblio. Perché l’unica verità appurata è che quanto accaduto in quel gennaio di cinque anni fa continua a imbarazzare. In Egitto dove le autorità hanno dovuto ammettere che Regeni era stato pedinato per alcuni giorni dai servizi segreti perché sospettato di essere una spia (dopo la denuncia, falsa, presentata da un loro collaboratore, impegnato nel sindacato degli ambulanti) e dove sono tante, troppe, le storie di oppositori e attivisti arrestati e, a volte, uccisi. Ma anche in Italia dove, al di là delle dichiarazioni di facciata, la politica non è sembrata disposta a forzare troppo la mano e compromettere i rapporti economici e politici con il governo egiziano di El-Sisi. 

Sul piatto non solo gli equilibri politici nel Mediterraneo, ma anche importanti commesse per le industrie della Difesa e i contratti petroliferi di Eni.

Per la verità l’Italia ha provato, soprattutto in una prima fase, a fare qualche pressione richiamando l’ambasciatore (poi rinviato il 14 agosto 2017) e chiedendo verità, ma ottenendo solo una parziale collaborazione dagli inquirenti egiziani.  Ma cinque anni dopo i coniugi Regeni ancora non sanno chi ha ucciso loro figlio. Con un atto di accusa lungo 94 pagine il 10 dicembre scorso la procura di Roma ha avviato il processo in absentia contro i quattro agenti della National Security egiziana che, secondo la stessa procura, avrebbero torturato e ucciso Giulio Regeni convinti che fosse una spia. Una ricostruzione respinta al mittente dalla Procura del Cairo che ha bollato come “errate” le conclusioni degli inquirenti italiani. 

Cinque anni dopo la battaglia per la verità di Paola e Claudio continua e non sono soli. Come hanno scritto tempo fa al Presidente della Repubblica Matterella: «È un’esigenza corale, non una faccenda privata. Nessuno potrà ridarci Giulio ma non possiamo permettere che la nostra dignità di italiani venga offesa con bugie e silenzi». Perché, oggi come ieri, «Giulio ci costringe a decidere da che parte stare».

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